C'è questa donna difronte a me
date » 30-09-2026 08:58
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C’è questa donna di fronte a me che abita la mia stessa pelle, guarda attraverso i miei occhi,percepisce attraverso i miei sensi ,ma a volte non la riconosco,non mi riconosco.è come galleggiassiin un limbo, in una transizione profonda in cui la persona che ero si sta allontanando e quella che sto diventando non ha ancora una forma definita. In sospensione...i vecchi punti di riferimento non funzionano più e quelli nuovi non esistono ancora.
Cerco il coraggio di starci, in questo specchio, di accogliere quello che c'è.Ma la realtà è che è difficile.Avverto il peso del cambiamento, della stanchezza, della vita depositata addosso. Le trasformazioni esterne si muovono in parallelo con quelle interne: eventi, responsabilità che cambiano, distacchi e scelte si riflettono sui volumi del mio volto, sulle mie espressioni, sul modo in cui sto al mondo. Un po' vorrei evitare questo confronto ,un po' no,ho il bisogno di restare qui, ferma, a guardare cosa è rimasto, cosa è cambiato,cosa non c'è più.
Vivo un senso di distacco, una strana scissione tra l'immagine mentale che conservo di me e la realtà oggettiva che ho davanti. È come se guardassi il corpo e l' anima e la loro evoluzione da una distanza di sicurezza, quasi appartenessero a qualcun altro. Le trasformazioni biologiche ed emotive, generano uno straniamento: il corpo cambia secondo logiche proprie,spesso indipendenti dalla nostra volontà, costringendoci a fare i conti con una fisicità che non risponde più alle vecchie abitudini. Cambia il pensiero,gli atteggiamenti,il rapporto con il mondo esterno e soprattutto con me stessa.Mi ritrovo frammentata, privata di un centro chiaro, sospesa.
È lenta l'evoluzione in questo stare nuovo .Un'identità che si è mossa da dove si trovava prima e che adesso galleggia in uno spazio incerto. Rimane la dualità irrisolta tra la persona che osserva e quella che viene osservata. È un esame delle proprie crepe, delle zone d'ombra, di quella vulnerabilità che normalmente viene nascosta. Si sta lì e si osserva il disorientamento. senza la capacità di doverlo superare o spiegare, accettando l' impegno di tenersi lo sguardo addosso mentre la vita continua a ridefinire i nostri confini. Ecco...ora non ho Eppure, proprio in questa assenza di contorni,sento che sto solo imparando una nuova forma di me.Lascio che il tempo faccia il suo corso,restando in attesa di scoprirmi intera.
La mia casa
date » 22-07-2026 11:58
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Ieri sono andata a casa di mamma.
Si può dire ancora "casa di mamma"?
O devo dire casa nostra, mia e di mia sorella?
O è casa di mia sorella e delle mie nipoti perché abitano lì?
La casa è di chi ci abita, di chi la possiede, di chi ci ha vissuto più a lungo, di chi ha più ricordi tra quelle mura? Potrebbe essere casa dei miei genitori, meglio ancora dei miei nonni che l'hanno acquistata negli anni '60.
Sul campanello della porta di entrata c'è scritto Cannizzaro Giovanni, mio nonno. Mai conosciuto.
Morto tre anni prima che nascessi. Nessuno si è mai preso la briga di togliere quel nome, nessuno ha mai pensato né voluto farlo. Le radici, la memoria, che costituiscono la base della nostra identità.
La mia identità è nata in questa casa, nella mia stanza. Stanza rifugio e prigione.
La mia cameretta,
dove ho dormito tra le braccia di mia madre, dove ho giocato creando mondi straordinari, dove ho riso, pianto, studiato, accolto, dove ho fatto l'amore e creduto di morire di gioia e di dolore.
Mia madre è morta.
Mio padre anche.
I miei nonni non ci sono più da decenni. Ma la casa c'è, diversa ma uguale. Cambiano i mobili, il colore delle pareti, il vecchio si butta per lasciare spazio al nuovo; quello che resta e si accumula e passa da chi non c'è più a chi resta sono i ricordi.
Che aumentano, si sovrappongono, si plasmano e diventano colla, filo, catena tra me, mia sorella, i miei genitori ma anche mio figlio e le mie nipoti.
Entrare in questa casa, nella casa di... Origine vuol dire tornare a quell'Origine. Alla base, al punto di inizio e trovare uno spazio nel cuore che possa accogliere tutto.
Senza restarne travolti.
Perché il passato lo fa, ti attira, ti chiama, sussurra il tuo nome dolcemente e poi ti pervade, ti invade.Ti divora. E dentro non c'è più spazio. Non c'è spazio per il futuro (ma poco male, sennò ci viene l'ansia) quanto per il presente. E se quello che siamo stati, che abbiamo vissuto, visto, provato, avuto ci invade, non abbiamo più voglia ed energie per il presente.
E il presente è l'unica ricchezza che abbiamo. L'unica certezza. L'unica possibilità.
Ieri sono stata a casa di mamma. C'ero io sola, apparentemente.
C'erano le foto di mia nipote con il figlio di quattro anni e le foto di mia madre il giorno della comunione. C'erano i nuovi mobili che ha messo mia sorella, i mobili antichi di mia nonna, c'era la cucina dove da piccola, tornando da scuola, mettevo su l'acqua e aspettavo che mamma tornasse, c'era la vetrina alla parete dove una volta mia zia teneva il pianoforte.
C'era l'armadio ancora pieno di vestiti di mia madre.
C'ero io e settant'anni di vita racchiusi in quella casa e dentro di me. Io e le mie radici, i miei ricordi, la mia identità. Ho passato due ore avvolta, non invasa. Abbracciata, non travolta.
In pace con me stessa, con chi non c'è più ma che vive forte dentro di me.
C'erano
la pietra,il cuore ,il marmo, l' anima il legno il sangue,le camere,la carne.
E alla finestra della mia camera, da cui da piccola mi affacciavo per vedere il mondo, ho pensato che io sono la mia casa. La mia stanza. Da cui uscire, a cui tornare.
Protetta.
Cose che ho imparato il primo della mia vita senza te
date » 15-06-2026 11:35
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15/06/2025
15/05/2026
Cose che ho imparato quest'anno, il primo anno della mia vita senza te:
il dolore è necessario a crescere, aprire gli occhi e il cuore, e, più di ogni altra cosa, a prendere coscienza della vita.
E va accolto, perché se lo neghi e lo eviti non sparisce, ma aspetta solo il momento per travolgerti e diventare una morsa che soffoca.
Ho imparato che niente è scontato e che i rimorsi e i rimpianti sono solo catene che bloccano il nostro cammino di evoluzione.
Ho imparato che tutto ciò che accetti si trasforma e, se sai accettarlo davvero, diventa luce, fiducia, forza, speranza.
Ho imparato che l'Amore è eterno e non ha bisogno di voci, di parole, di mani per manifestarsi, perché risiede nella nostra anima. E l'anima vede, ascolta e tocca per altre strade, su sentieri inesplorati che bisogna imparare a percorrere lasciandosi andare, fidandosi e affidandosi a noi stessi.
Ho imparato che tutto quello di cui abbiamo bisogno è dentro di noi: dobbiamo solo lasciarlo fluire e aprirà porte e abbatterà muri altissimi.
Ho imparato che la Morte non è la fine, ma un attraversamento, un passaggio, un salto dal visibile all'invisibile.
È sorella, amica, maestra di vita, che nasce con noi e ci resta accanto silenziosa finché arriva il momento di manifestarsi per accompagnarti Altrove.
Ho imparato che non accettarla equivale a non accettare la meraviglia, l'unicità e la preziosità della Vita, e che il passaggio in questa terra è breve e impalpabile e per questo non deve essere sprecato nel superficiale.
Ho imparato che la Pace è una vibrazione del cuore, un moto a luogo, una meta che ognuno di noi può raggiungere con la pazienza,la cura e l' attenzione.
In questo primo anno senza te ho capito più che mai quanto ti somiglio nell'Essenza, e quanto questo mi renda felice e fiera.
Sento che mi guidi, mi dai coraggio, mi vivi dentro e mi mostri ogni giorno quanta bellezza ho intorno.
Non vedo l'ora di rivederti, mamma.
Nel frattempo vivrò con gratitudine, coraggio e grazia, te lo prometto.
Tua figlia.
(In foto io e te)
Il dolore chiede solo di esistere
date » 29-05-2026 17:35
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Il dolore è morbido, malleabile.
Il dolore accogliente. Generoso. Non vuole tutto lo spazio.
Si plasma,si adatta,si aggiusta. Il dolore lascia spazio al giorno,al sole,ai sorrisi,agli abbracci.
Persino alla speranza.
Non è egoista. Non vuole tutto.
Ti permette di andare avanti,di trovare una nuova strada,di trasformarti. È una coperta in inverno e un lenzuolo in estate...ti avvolge.
Ma non soffoca.
Chiede solo di esistere,di esserci,di fare parte di te.
E in cambio insegna. Ad amare,apprezzare,accettare la vita.
Il dolore ti educa. È maestro,amico,fratello. Non scacciarlo,non rinnegarlo.
Accettalo e ti insegnerà ad accettare te stesso.
Custodiscilo e ti aiuterà a rifiorire. Lascialo abitare in te e ti guiderà verso la pace.
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Cara Anima
date » 18-05-2026 11:05
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Cara anima,
Ci sono momenti in cui sento il bisogno profondo di fermarmi, respirare e ricomporre i pensieri. Non per insegnare qualcosa, ma per il desiderio semplice di condividere un pezzo di me: la strada che ho scelto e che, lentamente, sta cambiando il mio modo di guardare il mondo.
Ho capito che prendersi cura di sé è un concetto troppo spesso banalizzato e ridotto a una parentesi di tempo che avanza. Non è così. Prendersi cura di sé è una lotta. È un atto di aperta ribellione contro un mondo che ci vuole produttivi, efficienti e sempre pronti a rispondere alle aspettative degli altri a discapito della nostra salute emotiva. Spesso corriamo per incastrare i doveri, finendo per consegnare il nostro tempo a una routine che ci spegne.
Dobbiamo dircelo chiaramente: la cura autentica non è una questione di superficie, non ha a che fare con l'immagine esteriore. Il vero nutrimento avviene dentro. Significa spostare il focus su ciò che proviamo, sulle nostre ferite e sui desideri profondi. È una ricerca costante della bellezza interiore, una forma pura di amore che diventa la base per poter accogliere davvero gli altri. Senza questa pulizia profonda, ogni gesto verso l'esterno rimane solo un cammino sul posto.
Rimanere incastrati nel guscio delle abitudini sembra la scelta più facile, ma in realtà è una lenta rinuncia a se stessi. Uscire da quella fortezza richiede un coraggio militante: la tenacia di combattere ogni giorno contro il senso di colpa che ci assale quando decidiamo di metterci al primo posto.
Per me questa lotta vive attraverso una dedizione totale all'introspezione. Quando il dolore dell'assenza, inaspettato e tagliente, si è presentato davanti a me, ho dovuto decidere in fretta. Non volevo che quella perdita diventasse una condanna all'immobilità. Così ho scelto di trasformare il vuoto in una spinta feroce. Ho deciso che il lutto, anziché spegnermi, doveva diventare il motivo per correre ancora di più incontro alla vita, per rivendicarne ogni istante.
La fotografia è stata la mia arma principale, uno strumento per guardare dentro quei silenzi che solitamente riempiamo con il rumore delle cose da fare, ma che invece custodiscono la nostra verità. Ho imparato a dare una forma visibile alle mie battaglie, a trasformare le fragilità in una tenace ricostruzione. Lo studio, la lettura, l'impegno nella relazione d'aiuto: tutto questo è il mio modo personale di lottare per la mia esistenza.
Ognuno di noi porta addosso fatiche invisibili. Proprio per questo non possiamo permetterci di essere passivi. Difendere il proprio benessere non è un gesto pacifico, lo so, ma l'unica cosa che conta è non arrendersi e proteggere quella scintilla unica che abbiamo dentro.
Scrivo questa lettera come un manifesto di condivisione e come un invito esplicito alla lotta. Una lotta per non mettersi in secondo piano. Il mio augurio più sincero è che tu possa trovare la rabbia positiva e la determinazione necessarie per amarti, per combattere per il tuo tempo e per difendere quella luce che nessuno ha il diritto di spegnere.
Con forza autentica,
Barbara
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La vista e la visione
date » 14-05-2026 07:48
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Dall’Ampiezza del Sentire.
Siamo abituati a fidarci solo di ciò che è netto, definito e tangibile, rinchiudendo la realtà entro i confini rassicuranti, ma stretti, della nostra mente razionale. Eppure, la verità più profonda non è quasi mai quella che si offre allo sguardo, ma quella che preme per essere sentita.Esistere significa darsi il permesso di andare oltre lo schema fisso del visibile.
Significa dare fiducia a quel sentire sottile che ci sussurra che c'è dell'altro, che la realtà ha strati che l'occhio non può ancora decifrare. Quando smettiamo di pretendere che tutto sia chiaro e logico, offriamo alla nostra percezione la possibilità di allargarsi: è in questo spazio di apertura che l'invisibile trova finalmente il modo di manifestarsi.
Credere a ciò che sentiamo, prima ancora di vederlo, non è un’illusione, ma un atto di libertà.
È il salto necessario per smettere di essere spettatori di un mondo predefinito e diventare artefici di una realtà più vasta, dove ciò che esiste non è solo ciò che è fuori, ma tutto ciò che abbiamo il coraggio di accogliere dentro."
L' unica luce accesa
date » 08-05-2026 08:13
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L’unica luce accesa:
il carosello della mia mente che non conosce sosta.
Non so fermare i pensieri.
È una verità che mi accompagna da sempre, una condizione costante a cui non ho mai saputo, e forse mai voluto, porre un limite. Non so mettere in pausa le intenzioni, i processi, le intuizioni che nascono una dopo l’altra, in un flusso che non accenna a diminuire.
La mia mente è come una giostra accesa: un carosello di cavalli che galoppano nel buio, mentre intorno tutto tace e la pioggia lava le strade.
Gira, suona, illumina.
È un movimento instancabile che non cerca una fine, ma solo nuovo spazio per continuare a correre.
Non è un’agitazione superficiale, ma una fame di profondità che non si placa mai. È una curiosità viscerale verso la vita, verso il mondo e verso i meccanismi invisibili che muovono ogni cosa.
Non mi accontento mai di ciò che appare: ho bisogno di continuo nutrimento mentale, di approfondire i concetti, di sviscerare le idee finché non ne comprendo l'essenza più vera.
Indago la realtà, la scompongo, la rielaboro pezzo dopo pezzo, cercando di arrivare dove tanti smettono di guardare.
Cerco di capire, di scoprire, di conoscere, come se ogni nuova consapevolezza fosse l'ossigeno necessario per permettere alla giostra di compiere un altro giro, più consapevole del precedente.
Mentre il mondo fuori sembra trovare un punto di arresto, si parcheggia e si spegne nel silenzio, io resto accesa. Abito una piazza deserta con l’energia di chi sente il bisogno di scavare, di dare un senso a ogni riflesso che brilla sull'asfalto bagnato.
È una vitalità estrema che rifiuta la banalità.
È il mio unico modo di stare al mondo: un’indagine perpetua, una luce che resta anche quando cala l’ombra, fedele al proprio ritmo e a quella instancabile, densissima voglia di sapere.
L' intimità della distanza breve
date » 04-05-2026 13:02
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L'Intimità della Distanza Breve
Viviamo in un mondo che ci educa alla panoramica. Siamo abituati a guardare tutto da una distanza di sicurezza, attraverso lenti che cercano di catturare l’insieme, la massa, l’orizzonte. Ma la visione d’insieme, per quanto rassicurante, è spesso un’illusione di conoscenza. La superficie delle cose è un confine che solo l’intenzione può varcare. Per vedere davvero, non basta aprire gli occhi: bisogna accorciare lo spazio, ridurre il margine, accettare la sfida della prossimità. Bisogna, in una parola, avvicinarsi.
L'illusione della velocità
La velocità è il nemico giurato della visione. Quando corriamo, il mondo si trasforma in una scia di colori indistinti; i contorni sfumano e la complessità si riduce a sagoma. Fermarsi è, oggi più che mai, un atto di ribellione contro la cecità del quotidiano. È la scelta consapevole di non farsi trascinare dal flusso, di piantare i piedi e decidere che un singolo frammento di realtà merita tutto il nostro tempo. Fermarsi è il prerequisito del silenzio, e il silenzio è l’unico ambiente in cui il dettaglio può finalmente parlare.
Il coraggio della prossimità
Avvicinarsi richiede coraggio perché significa perdere il controllo sul "tutto" per dedicarsi esclusivamente a una parte. Eppure, è solo in questa intimità che la realtà si rivela.
La distanza breve rompe la barriera dell'indifferenza e trasforma un oggetto anonimo in un soggetto vivo. Quando ci avviciniamo così tanto da confondere i confini, accade qualcosa di magico: consistenze diverse iniziano a dialogare. La rigidità calcarea di una conchiglia e la morbidezza vibrante della pelle smettono di essere mondi opposti per diventare un’unica narrazione tattile. È un incontro che esiste solo per chi ha la pazienza di non restare a guardare da lontano.Il dettaglio come universoA pochi centimetri di distanza, le regole cambiano. Quella che da lontano sembrava una superficie uniforme si rivela un paesaggio di micro-rilievi, nei, linee e venature che raccontano storie di vita e di tempo. Qui, nell'infinitamente vicino, risiede l’autenticità. Se la panoramica ci dice "cosa" stiamo guardando, è solo la vicinanza a spiegarci la sostanza profonda delle cose. Il dettaglio non è un pezzetto del puzzle: è l'essenza stessa dell'opera, il punto in cui la natura e l'essere umano si toccano e si confondono.
Conclusione: un invito alla cura.
Coltivare l’occhio per il dettaglio significa, in ultima analisi, praticare la cura. È un esercizio che parte dalla fotografia ma che finisce per contaminare ogni aspetto del nostro vivere. Significa smettere di consumare immagini e iniziare ad abitarle. Perché la verità non urla mai dalla distanza; essa sussurra, timida, solo a chi ha la forza di chinarsi, di restare e di guardare così vicino da sentire il battito segreto — e silenzioso — delle cose.
L' eco della calma
date » 30-04-2026 14:25
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L'Eco della Calma: Scoprire la Rabbia e Scegliere la Pace. Intraprendere un percorso di introspezione è un po’ come accendere la luce in una stanza che abbiamo abitato al buio per anni. All'inizio, la chiarezza può quasi spaventare. Ci si accorge, con una lucidità a tratti dolorosa, di quanto sia pervasiva la rabbia nel mondo: la vediamo nei gesti bruschi in mezzo al traffico, nelle parole taglienti sui social, nel tono di voce di chi incontriamo per strada. È un rumore di fondo costante a cui eravamo così abituati da non farci più caso.La consapevolezza più profonda, però, arriva quando lo sguardo si volge all'interno. Ti accorgi di essere stata, a tua volta, vittima e complice di quel meccanismo. Realizzi che la rabbia degli altri spesso innescava la tua, in una reazione a catena che non faceva altro che alimentare il caos. Consapevolezza significa proprio questo: creare uno spazio, anche di un solo secondo, tra ciò che accade e la tua reazione.In quello spazio risiede il tuo potere. Quando qualcuno ti investe con la sua frustrazione e tu scegli di rispondere con gentilezza autentica, accade qualcosa di quasi magico: il "gioco" si rompe. La rabbia ha bisogno di resistenza per divampare; se trova davanti a sé un’accoglienza calma e ferma, perde la sua ragione d'essere. Smonti l’atteggiamento dell’altro non perché lo sottometti, ma perché non gli offri lo scontro di cui si nutre.Ma il beneficio più grande non è per l'altro, è per te stessa. Rispondere con gentilezza ti regala una pace profonda, perché ti conferma che non sei più schiava degli impulsi esterni. Non sei più un riflesso del nervosismo altrui, ma il centro della tua stessa calma. Ti senti in pace con te stessa perché hai scelto di non aggiungere altro peso al mondo, ma di essere il punto in cui la catena dell'aggressività finalmente si spezza.
L' abisso gentile
date » 28-04-2026 09:43
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La solitudine non è l' assenza di qualcuno accanto ma l' incapacità di abitare il nostro mondo interiore.
L'Abisso Gentile: Riscoprire la Solitudine come Dimora
"La solitudine non è l'assenza di qualcuno accanto, ma l'incapacità di abitare il nostro mondo interiore."
Questa riflessione è nata in me per smontare il pregiudizio comune che vede la solitudine come una condizione di vuoto, una carenza di relazioni esterne.
Ci insegna che si può essere profondamente soli in mezzo a una folla e, al contrario, sentirsi completi e in ottima compagnia stando da soli.
Spesso temiamo la solitudine perché la confondiamo con l'isolamento o l'abbandono.
Fuggiamo dal silenzio riempiendo le nostre giornate di rumore, notifiche e interazioni superficiali, nel tentativo di colmare un vuoto che percepiamo dentro. Ma quel vuoto, a ben guardare, non è mancanza di altri: è mancanza di noi stessi.
Incapaci di abitare il nostro mondo interiore – fatto di emozioni, pensieri, sogni e anche paure – cerchiamo all'esterno la convalida che dovremmo trovare dentro. Diventiamo dipendenti dalla presenza altrui per sentirci vivi, trasformando le relazioni in stampelle piuttosto che in condivisioni.
Abitare il proprio mondo interiore significa, invece, fare pace con la propria complessità. Significa non temere i propri pensieri, ascoltare le proprie emozioni senza giudicarle, e trovare piacere nella propria compagnia. Quando impariamo a esplorare il nostro paesaggio interiore, la solitudine smette di essere una condanna e diventa una risorsa preziosa.
In quel silenzio ritrovato, non c'è assenza, ma presenza: la nostra. Solo quando impariamo a stare bene da soli, possiamo scegliere di stare con gli altri non per necessità, ma per vera condivisione.